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COSA C'ENTRANO I “VOTI” DEI CONSACRATI CON LA NOSTRA VITA.


di Monica Cornali

Ecco perché, una pedagogia anche dell'amore sponsale, presupporrebbe, a mio avviso, il riconoscere l'altro prima di tutto come fratello/sorella, figlio/a di Dio. Allora le priorità si riordinano (ordo amoris) ed il rapporto si semplifica, si pacifica, si rasserena, si fa meno appariscente e più essenziale.

Dentro tali voti vi è una “pedagogia dell'amore” consigliabile ed attuabile per tutti.

Direi quasi un atteggiamento di fondo per poter costruire veramente anche un rapporto di coppia, senza idolatrare l'altro/a – e quindi senza nutrire aspettative, pretese – ma camminando insieme a lui verso Dio, unica meta per tutti, poiché il cuore dell'uomo è stato fatto per Dio e solo in Dio può trovar riposo e gaudio (S.Agostino).

Tante “amicizie riuscite” tra i santi, (vedi Chiara e Francesco, Scolastica e Benedetto, Francesco di Sales e Giovanna di Chantal) hanno conservato la bellezza e la ricchezza del rapporto tra femminile e maschile, proprio perché fondate su un orizzonte di senso comune verso cui dirigersi, aiutandosi, sostenendosi ed anche rallegrandosi nel camminare insieme. Tutto ciò è stato reso possibile dal richiamo reciproco a dei “chiodi di roccia” potremmo dire:  punti fermi, stabili e sicuri, condivisi: Dio al primo posto, la preghiera, l'occuparsi degli altri, specie i più smarriti, il coltivare la speranza contro tutte le evidenze, poiché l'essenziale è invisibile agli occhi (Il piccolo principe/S.Exupery).

Veniamo dunque alla povertà. E’ il primo atteggiamento spirituale da coltivare. “Che cos’hai che non abbia ricevuto?”. Quello che hai, guai se diventa un idolo. La vita stessa è un dono. Noi la riceviamo. Occorre fare del proprio meglio per condurre una vita sobria ed umile, aperta ad accogliere le miserie di coloro che incontriamo, perché la loro vita diventi un po' migliore, grazie al nostro concreto servizio, alla nostra preghiera. Facciamo anche riferimento alla “povertà di spirito” che Gesù indica nella beatitudini del Regno. Solo chi è povero, ammette ed accetta di esserlo (mancante, impotente, incapace di autorealizzarsi) può aprirsi al dono incommensurabile di Dio. Se tu sei troppo “pieno di te” non sei vuoto per ricevere Lui.

Obbedienza. L’unica che merita è quella alla Parola del Figlio che libera.  Occorre obbedire allo Spirito. Ma per farlo, è necessario esercitarsi nel discernimento, poiché tante sono le “voci” che sorgono nell'interiorità stessa dell'uomo. Nella confusione, un primo criterio base da tener presente, indicato da S.Ignazio di Loyola – fondatore della Compagnia di Gesù -  è questo: chiedersi sempre se quel che si sta facendo ci fa crescere in apertura verso Dio e verso gli altri, o se, viceversa, ci arrocca nei nostri castelli dorati (tornaconti personali) portandoci a sacrificare il “bene comune” per il nostro benessere personale.

Castità. E’ virtù di e per tutti. Il “cuore indiviso” bisogna che lo custodiamo tutti. Che amore sarebbe quello che non discende dal Cielo e dal Figlio dell’uomo che se n’è fatto garante e testimone?

Mi richiamo ancora alle “amicizie riuscite” (potete trovare una recensione del libro “Amicizie riuscite” su questo sito), che hanno privilegiato il linguaggio del cuore rispetto a quello del corpo, proprio per cogliere e valorizzare ciò che nell'altro è immortale. Allora si può amare l'altro anche se è invecchia, se “non ci piace più”. Allora aumenta la tenerezza, la compassione, la complicità su ciò che conta davvero. Vi porto l'esempio di Paola e Girolamo (347-404): in loro la novità cristiana traspone l'affettività e le sue istanze nel segno di un incontro sublime, che tutto intero soddisfi il cuore, ma tutta intera ne serbi la libertà e la docilità alla signoria della Parola. Tutto nella loro vita è segnato dalla docilità alla Parola. E' questo possesso, questa intelligenza, questa nobile gara ad alimentare, sorreggere, ispirare, quella possibilità concreta di rapporto.

L'amore per lo Sposo, l'incontro con l'Alterità Amante, non disturba ne Girolamo ne Paola ma, al contrario, li spinge insieme verso Colui che viene.

L’altro ha da restare altro. Non lo posso tener sotto sequestro, pretenderlo a mia immagine e somiglianza, possederlo, aspettarmi da lui quello che nessuno può dare ad un altro essere umano: il paradiso in terra!

Voler bene significa voler il vero bene dell’altro e l'altro (che sia sposo, figlio, fratello, amico) non appartiene a me, ma appartiene al Suo Creatore. Ecco perché, una pedagogia anche dell'amore sponsale, presupporrebbe, a mio avviso, il riconoscere l'altro prima di tutto come fratello/sorella, figlio/a di Dio. Allora le priorità si riordinano (ordo amoris) ed il rapporto si semplifica, si pacifica, si rasserena, si fa meno appariscente e più essenziale.

Si potrebbe anche proporre (per via dell'ipertrofia che l'aspetto sessuale assume nelle cosidette “crisi di coppia” e delle dinamiche che si scatenano attorno a questo fattore) - una castità decisa insieme tra i coniugi, serenamente, dopo aver adempiuto alla procreazione. Questo per dare spazio ad aspetti più profondi della relazione che, diciamolo, molto spesso vengono sovrastati dalla potenza delle energie sessuali che, proprio perché primarie nella sopravvivenza ed evoluzione della specie (si tratta fondamentalmente di istinti animali)  hanno una forza istintuale capace anche di cancellare o confondere tutte le nostre facoltà più “umane”, di intelletto, volontà, motivazione. Non solo: facendo presa sul “principio del piacere” mirano ad una continua ripetizione (non saziano mai), senza che necessariamente emozioni e sentimenti possano organizzarsi in maniera più matura.

Perché, allora, non scoprire altri modi di amarsi, altri alfabeti, meno “arrapati”, più distesi e, magari, anche più soddisfacenti?

Questa rimane, certamente, una domanda aperta.

Come avete visto, con i tre voti, abbiamo delineato uno stile di vita, una pedagogia dell'amore, un itinerario. E questi suggerimenti sono applicabili a tutti, poiché tutti consacrati nel cuore.

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