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A proposito di "adozione filiale"


qualche opportuna puntualizzazione

La relazione che ci lega a Dio, è di antica data, sorprendente.
Quel 
"a immagine e secondo somiglianza Sua" (Gn 1,27), che sigla gli inizi, mentre fa da fondamento alla relazione sessuata (maschio e femmina da zakàr/neqebàh = pungente/perforata; oppure puntuto/fenduta), butta una luce del tutto speciale su quel 'marchio' (cfr. Qo 3,11) che ci connota come creature singolarissime dell'Eterno: dice la nostra identità reale, anche quando la si desse per snobbata, la si tenesse disattesa, la si volesse diversamente interpretata. Risulta trabocchevole di mistero. E', in realtà, il nostro più vero tormento: le diverse antropologie, di ogni genere e fatta, ce ne danno conferme eloquenti anche oggi. Quella che il cristianesimo continua a sforzarsi di enucleare, insinua che non ce la faremmo mai a 'com-prenderci' prescindendo da Lui.

Negli scritti rivelati, la creazione è tutta proiettata, fin dal primo esplodersi della luce (Gn 1,16-18), verso la creatura del tutto indisponibile che a tutt'oggi siamo anche ciascuna/o di noi. 
Poggia qui quella insopprimibile dignità che ci connota, trascurata, soppressa di fatto la quale, che ce ne si farebbe di noi? Anche in questo caso, in nome di una sempre più diffusa e dispotica cultura, avrebbe diritto di cittadinanza solo chi ce la fa, chi guadagna, chi basta a se stesso, chi è bello, piacente, sano... Ogni altra/o, i vari tribunali della saccenza son più che pronti a metterli puntualmente alla gogna, imputati di essere un peso, un inutile fastidio, un problema da eliminare.

Una 'tunica di luce'(= 'or) fa la differenza tra i due umani di partenza e tutto il resto che sempre la luce riesce ad evidenziare e a percepire nelle loro irriducibili differenze. 
Quella tunica di luce risultò purtroppo da subito opacizzata dopo la ribellione di Adam e di Eva: l'oscuramento della loro pelle (= 'or: la differenza dei due termini: luce e pelle, come si può facilmente notare, dipende appena da un piccolo segno di aspirazione iniziale: dolce, in luce; aspra, in pelle) è il primo segnale di morte nel mondo (Sap 2,24), prima che la morte vi entri come implacabile regina del pollaio.
La "1uce/'or" che rivestiva la personalità dei progenitori, ora diventa "pelle/'or", cioè copertura di morte, dandosi il fatto che la pelle ne fa diretto riferimento e la palesa (cfr. Farinella, Parole, segreti, misteri, Gabrielli editori, S.Pietro in Caerano, 2008, p.56).
Chi ce la farà a rimettere in evidenza la "tunica di luce 'T
Il Cristo della risurrezione, il 1ogos/sarx/phos(= verbo/carne/luce) (Gv 1,14.19), in tutto simile a noi (Eb 2,17), eccetto il peccato? No! Fatto anche peccato (2Cor 5,18-6,1) (Rm 8,3) e maledizione (Gal 3,13) per noi. Egli ha restituito al niente che possiamo continuamente scoprirci di essere (Rm 7), possibilità inaudite, travolgendoci, anzi, con la Sua luce di redentore, riscattatore, salvatore.
Lui, il primogenito (Rm 8,29) ha l'unico vanto di non permettere di perdersi ad alcuno di quelli che il Padre Gli affidò (Gv 18,9).
A questo punto, bisognerebbe attuare uno slargo sul conto dell'organismo sacramentale, attraverso il quale, il Cristo dei salvati, in virtù delle energie sante dello Spirito di ogni santificazione, viene incontro alla nostra strutturale fragilità, precarietà, limite, colpa..., perché ci riesca di reggere di fronte alla sapienza/stoltezza di questo mondo.
Solo un piccolo rilievo per dire che il sacramento/porta, quello del battesimo, fa dei battezzati i 'fotismòi' (= illuminati) e per aggiungere che Paolo s'appassiona a tal punto in merito a questa 'vita nuova', inaugurata dal sacramento, che l'aggancia strettamente e continuamente al mistero di morte/risurrezione di luce di Gesù. Non si stanca infatti di invitare a vivere 'da figli della luce' (Ef 5,8), nella novità del cuore e della mente, in novità totale di vita.
E ci vorrebbe un altro slargo ancora, pur se del tutto inadeguato, per ricordarci che, attraverso l'obbedienza alla Parola del "sempre vivo a intercedere per noi"' (Eb 7,25), confermata da una sempre più ampia disponibilità a compiere le opere di Lui, avviene di fatto quel processo di umanizzazione mai ultimato, teso a renderci ognor più veri, più identitari.
Questo processo di assimilazione nostra a Lui dipende esclusivamente da noi (cfr. Rm 12,1-2), ma come risposta nostra a Lui: li dove abbondò la perdizione, li sovrabbonda la Sua opera di inesauribile redenzione (Rm 5,20).
E' una gran bella avventura l'offerta di questa 'cristiconformità' che Egli ci invita a vivere. Se Lui è il più bello tra i nati nella storia (Sal 45,3), anche le nostre vite possono/devono qualificarsi come tali: rivestite di bellezza, di splendore, creature nuove (2Cor 5,17), incanto di cielo, destinate ad una vita eccedente, impensabilmente inedita (I Cor 2,9), qualitativamente 'altra', 'eterna'.
La Sua grazia non sia vana (1 Cor 15, 10). Lo Spirito non resti contristato (Ef 4,3 0) nell'opera che il Padre ed il Figlio Gli hanno dato di continuare in noi, perché anche noi possiamo essere compiaciuti (Mt 3,17 e paralleli) dal Padre, come Lui, ed in Lui bene-detti, bene-amati anche noi, ad ogni nostro respiro: fuor di ogni dubbio, davvero 'figli nel Figlio'.
In questa prospettiva, utilizzare i termini di "adozione a figli", è proprio far ricorso ad un'espressione troppo giuridicamente estrinsecista, divenuta, tra l'altro, anche molto ambigua nel linguaggio corrente. Par più meritevole utilizzare il termine cristificazione. Proprio nel dare riscontro effettivo a questa proposta, verso la quale siamo incessantemente invitati, verso cui conviene che ci lasciamo sospingere senza riserve, né esitazioni di sorta, poggia la nostra più indovinata identità di cristiani. Vanno ovviamente nella stessa direzione i tantissimi 'sun Christò' (con Cristo), 'en Christò' (in Cristo); con essi Paolo conia parecchi inediti neologismi di cui volentieri si serve per farcela a dire appunto questa più interessante e profonda realtà/verità.
Alla scuola di Paolo, ci sarebbe, anzi, quasi da perderci nei passaggi di mistica elevata che egli utilizza per cercar di tradurre, in favorevole, insostituibile, esclusiva ricaduta da Cristo, la vita e l'avventura cristiana.
Il suo terzo cielo (2Cor 12,2) lo autorizza a dire, sorpreso ed incantato, diretto: "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me " (Gal 2,20). Ed ancora: 'Per me infatti il vivere è Cristo ed il morire un guadagno" (Fil 1,21).

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