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Il mondo multi-religioso


Il mondo multi-religioso, multi-culturale, multi … tutto, di 'sotto-casa' ci interpella

 (di Don Luigino Bonato)

Dopo aver creato la terra, prima di creare l'uomo, al crepuscolo del quinto giorno, Dio chiamò l'arcangelo Michele e gli ordinò di raggiungere quattro angoli della terra a nord, a sud, ad est e a ovest e di portargli un pizzico di polvere da ogni angolo. Con quella polvere, raccolta nei quattro punti cardinali, avrebbe creato l'uomo. Impastò, diede forma, animò ed infine "ecco l'uomo" (da un midrash rabbinico) che, nell'intenzione di Dio, non è bianco, nero, giallo, residente o immigrato, cittadino o straniero, ma è solo'Adam', che significa 'genere umano'. S.Agostino legge addirittura in Adam un acrostico che alluderebbe ai 4 punti cardinali: anatolé (dove il sole sorge), dùsis (dove il sole tramonta), àrktos (dove fa freddo), mesembrìa (dove fa caldo). Ogni individuo porta in sé tutta l'umanità e tutta l'umanità porta in sé ogni persona, uomo o donna, in qualunque paese e cultura si trovi a vivere: ogni individuo, infatti, ha una sola caratteristica: è "immagine di Dio".Nessuno la può violare senza compiere un sacrilegio.
In semplice prima ricaduta, sarebbe giunto ormai il tempo di smetterla di parlare di razze, in quanto ce n'è una sola: quella umana, senza aggiunte. Ed appena dopo, ma prima di tutto, la persona. Prima ancora del suo credo e di quanto altro di fatto la configura. Nell'impianto che abbiamo ereditato dai Libri santi, la persona è "calco divino", indisponibile quindi rispetto ad ogni indebita intrusione, a manipolazioni di qualunque genere. L'antropologia invece che sembra oggi sempre più vincente, risulta molto propensa, incline, senza tanti scrupoli nel derubarne dignità, valore, considerazione..., nel ritenerla un semplice grumo di cellule. Ma chi può permettersi mai 'scalette valutative', date tanto facilmente per ovvie? In base a quali criteri? "Che cos'è un uomo e chi c'è dietro al volto di ognuno, sembra essere coscienza sempre più perduta, memoria colmata di nulla" (Marina Corradi). 
Anche il colpevole, lo stesso assassino, prima di ogni loro misfatto, sono una persona. E se, al di là di eventuali derive periziali, fosse stato impedito loro di maturare armonia, e fossero giunti, magari proprio per questo, a permettersi anche il peggio estremo nei confronti degli altri, pur se del tutto incolpevoli ed innocenti?
Quando non vengono individuate e 'curate' per tempo soprattutto le ferite più segrete, non si sa più bene di che cosa possa essere capace la persona. Salvo poi a parlare del'mostro'
Tante volte è poi proprio "lo stato di necessità", la deriva sociale in cui si è voluto di fatto confinare la persona.... che ne altera, devasta ogni plausibile comportamento.
Non è certo possibile liquidare in così minimi e del tutto insufficienti cenni, problematiche tanto complesse: lo sanno fare bene gli esperti. 
Quanto poi alle indubitabili differenze che siamo ognuna/o, queste sono una sorprendente risorsa, una singolare'ricchezza'. Però accoglierle, sostenerle, favorirle, consapevolizzarsene, onde arrivare alla convivialità di tutti questi specifici (la convivialità delle differenze, era una delle passioni di d. Tonino Bello), è impresa non di poco conto e mai acquisita una volta per tutte, mai scontata. Forse non abbiamo ancora cominciato a favorircene una appropriata, sempre più indilazionabile, educazione.
La conoscenza è il primo passo, ma sul filo delle esperienze di vita. La vita è sempre più grande, più imprendibile di tutte le teorie, le convinzioni che cercano di configurarla. Ascolto, rispetto, dialogo..:, ne sono condizioni imprescindibili. Ancor prima, anzi, dobbiamo far crollare le stesse invisibili barriere che rallentano o impediscono di fatto tutto questo. E sono sempre purtroppo tantissime. Poi bisognerebbe, tra l'altro, farci profondamente consapevoli del proprio vissuto, di ciò che lo sostanzia, di ciò che lo connota in profondità, ammettere, prima che gli altrui limiti e condizionamenti, quelli propri. In un tempo invece, quale sembra essere questo nostro, di forti rigidità, di muscoli duri, di identità corazzate, di supremazie ostentate, nel tentativo/desiderio di rassicurare il proprio io/sé, rischiamo più facilmente il confronto odioso, il giudizio, la contrapposizione, il distacco, il rifiuto, la sfida, le prevaricazioni, le esclusioni...
Per non dire degli striscianti pregiudizi, dell'indifferenza, delle facili emarginazioni di fatto, delle innumerevoli forme di isolamento... 
Non c'è di peggio del sentirsi esclusi, emarginati, giudicati, o anche solo sopportati, perché diventino incontrollabili i più feroci sentimenti. 
La relazione può avvenire solo là dove la differenza non è cancellata e la distanza viene custodita; mentre ogni processo di identità omologante finisce con il compromettere la possibilità stessa di una relazione (Vivian, Non nominare, p. 36). Chiunque fa differenza di persone, o si rifiuta di accogliere anche una sola persona, o nutre sentimenti di razzismo, o considera anche una sola persona inferiore e non degna degli stessi diritti e doveri, si autoesclude da Dio.
Il più delle volte, per sentirci a posto, invochiamo e scomodiamo la verità: ce ne facciamo rigorosi censori. Ma spesso anche questo è un feroce pretesto che, mentre sembra esprimere la volontà di servire la verità, ci permette di nasconderci invece dietro ad essa: nel caso, neppur ci si accorge di strumentalizzarla per prenderci ogni rivincita, legittimare ogni rivalsa. Chi si fa aspro, intrattabile in nome della verità, nasconde spesso, dietro a questo zelo, soltanto un di più di insicurezza, un bisogno latente di potere, di farsi valere.
La verità non ha bisogno di proclami, di dichiarazioni, ma di esistenze che ne esprimano la forza proprio con la loro ammirevole esemplarità. 
Ancora: il più delle volte, più si grida la verità, più risalta l'implicita consapevolezza di "possederne" di meno. Non si tratta di farci sconti sulla verità. Ma chi se ne può ritenere detentore assoluto? Se c'è una realtà che richiede dosi altissime di pazienza e soprattutto di umiltà, questa è soprattutto la verità. 
Teniamo poi ancora presente il fatto che le religioni sono tutte'costruzioni' umane. In quest'ambito, anzi, per quel che riguarda il cristianesimo in particolare, il guaio è stato proprio questo fraintendimento: farne una religione, quand'esso avrebbe dovuto ispirare appena l'esistenza, in quanto il 'fatto cristiano' è una modalità singolare di vivere la vita, uno stile assai particolare di dire esclusivamente la fedeltà al Vangelo, a Gesù. E, proprio perché costruzioni umane, rischiano di svegliare prima confronti e poi anche più diretti contrasti. Di solito, è sempre la "voglia di potere", pur se malcelata, che fa la differenza.
La fede, invece, ci accomuna. E' l'impulso/bisogno di ancorare inevitabilmente la propria vita a ciò che le può dare significato, prospettiva, promessa, futuro, compimento, pienezza... Le tre tradizioni monoteiste sottolineano in merito possibilità di intese condivise e di praticabili convergenze (cfr. Tangorra, Il male, pp 55s.). 
Nella carta di Medina, la prima costituzione redatta dal profeta allo scopo di regolare il rapporto con le altre religioni, Maometto ordina la convivenza, ritenendo la diversità una necessità assoluta. Alcune tendenze successive, mosse dall'idea della sottomissione ad un islam unificato, non corrispondono a questa ispirazione originaria, confermata dal Corano: "Quelli che credono, siano essi ebrei, cristiani o sabei, quelli che credono cioè in Dio e nell'Ultimo Giorno e operano il bene, avranno la loro mercede presso il Signore, e nulla avranno da temere, né li coglierà la tristezza" (2,62).
La tradizione ebraica post-esilica esprime un tale universalismo scegliendo come simbolo proprio la città santa, Gerusalemme, oggi oggetto di tanti conflitti. Essa è vista come città di tutti, luogo di raccolta di ogni popolo, in un'estensione cultuale che implica anche un'apertura di tipo soteriologico, attribuendo a Dio il bel nome di "colui che raduna i dispersi": "Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: certo mi escluderà il Signore dal suo popolo. Non dica l'eunuco: ecco io sono un albero secco. Poiché così dice il Signore: agli eunuchi io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un posto e un nome migliori che ai figli e alle figlie; darà un nome eterno che non sarà mai cancellato. Gli stranieri li condurrò sul mio santo monte e li colmerò di gioia, perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli (Is 56,3-9). Il testo non sottintende toni da crociata: la Gerusalemme di cui fa parola è di tutt'altra geografia. 
In ambito cristiano la metodologia del dialogo sta producendo frutti fecondi; si pensi ai molti documenti di convergenza dottrinale in campo ecumenico e a gesti profetici come la reciproca abolizione della millenaria scomunica tra cattolicesimo e ortodossia. Nel Concilio, la Chiesa ha espresso una volontà dialogica universale: "Per quanto ci riguarda, il desiderio di stabilire un dialogo che sia ispirato dal solo amore della verità e condotto con l'opportuna prudenza, non esclude nessuno. Essendo Dio Padre principio e fine di tutti, siamo tutti chiamati ad essere fratelli. E perciò, chiamati a una sola e identica vocazione umana e divina, senza violenza e senza inganno, possiamo e dobbiamo lavorare insieme alla costruzione del mondo nella vera pace " (GS 92). 
Come non salutare, quanto meno non sognare, proprio come servizio storico di amore a vantaggio di questo mondo tanto frantumato, una concreta danza dell'universalità e della inclusione di tutti e di ciascuno, siano essi singoli o popoli interi?
I cristiani dovrebbero diventare sempre più quelli "che si tirano un passo indietro" per accogliere, per far posto. E' la logica del Martire, del Testimone. Che va oltre la stessa fondamentale regola della reciprocità. Fece posto anche ai suoi prevaricatori, ingiusti, iniqui, che inventarono pretesti per eliminarlo. 
Prendo congedo con un bellissimo 'brano da sogno'"Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono e sull'Agnello " (Apc 7,9s). 

Alcune questioni di speciale problematicità

  • Se non ci fosse Mohammed... (Famiglia Cristiana, 43/2008, pp. 26-3 1).
  • Forum cattolico-mussulmano (Roma 4-6 novembre 2008): vedi documento conclusivo, che riprende il sorprendente messaggio del 2007, firmato da 138 esponenti del mondo islamico: "Una Parola comune tra noi e voi": per brevità, si potrebbe leggere la pagina finale.
  • Che dire dell'esasperante e devastante fondamentalismo? Molto temibile e molto terribile. Come ridume l'implacabile urto? Ma di che religione si tratterebbe? E, peggio, di quale fede si farebbe paladino?
  • Altro capitolo: più di qualcuno ritiene che ormai la nostra Italietta si sta svendendo alla grande. Il cristianesimo di cui sembrava la più affidabile testimone, quanto ci metterà ad emigrare altrove? Se ne troverà presto costretto?
  • Una religione vale l'altra? Forse no! Sarebbe tale quella che si rivela più capace con la vita di dirci e proporci vita bella, buona, portatrice di speranza intera, quella che ci spinge fiduciosi 'oltre la soglia', quella quindi che meglio le riesce di 'dirci' del significato/valore di questo nostro tempo breve, illuminando di luce anche il più temuto tramonto.

Qui contra spem in spem credidit 
(Rm 4,18)
(= credette, saldo nella speranza, contro ogni speranza)

"Ogni religione degna di questo nome insegna l'amore per il prossimo. L'amore al prossimo che il cristianesimo professa come la regola d'oro della condotta morale (Mt 7,12) fa parte del patrimonio dottrinale di altre grandi religioni del mondo.

Nell'induismo: (Mahabharata 5.15.17) "Questa è la somma del dovere: non fare agli altri ciò che ti causa dolore se fatto a te".

Nel buddismo: (Udanavarga 5,18) "Non ferire gli altri in maniera che tu non debba ritrovarti ferito".

Nel confucianesimo: (Analects 15,23) "Non fare agli altri ciò che non vorresti che essi facessero a le".

Nell'ebraismo: (Talmud, Shabbat 31) "Ciò che per te è odioso, non farlo al tuo compagno. Questa è l'intera legge; tutto il resto è commentario.

Nell'islam: (Le 42 tradizioni di An-Nawawi) "Nessuno di voi è un credente finchè non ama il suo fratello come ama se stesso".

La strada della pace è segnata dall'accettare la realtà dell'interdipendenza fra i popoli quando è liberamente accolta e generosamente vissuta. Allora si genera la virtù morale della solidarietà...
La solidarietà comprende l'attenzione alle situazioni di ingiustizia, oppressione o repressione. Comprende anche un realistico impegno per lo sviluppo dei popoli. "Lo sviluppo - disse Paolo VI - è il nuovo nome della pace". Se le persone sono affamate, senza casa, ignoranti, senza assistenza sanitaria, e sono prive dei loro diritti politici, allora siamo ancora lontani dalla via della pace" (card. Arinze, già prefetto del Consiglio per il dialogo interreligioso, in vista dell'incontro di Assisi del 2002).

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