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Intervista a Don Domenico Passuello


Villa S.Carlo č soprattutto nomi e volti che ne hanno reso significativa, preziosa, vivace la storia.
PROTAGONISTI E TESTIMONI DELL’AC VICENTINA,
DON DOMENICO PASSUELLO, ASSISTENTE NEGLI ANNI ‘50


Assistente e testimone della storia dell’A.C. diocesana degli anni ’50, don Domenico Passuello ripercorre in una chiacchierata gli aspetti più significativi del suo servizio per l’associazione e insieme alcune delle tappe della sua stessa vocazione. Accoglie amabilmente chi lo viene a trovare nella casa di riposo in Contrà Mure S. Rocco e racconta volentieri, quasi a ripercorre un’avventura esaltante; ogni tanto si interrompe per sorrisi di soddisfazione e di riconoscenza per quella che è stata la mano della provvidenza: “Devo dire che dall’A.C, dopo la vocazione del Signore, ho ricevuto tutto”.
Don Domenico, ci dà qualche suo dato biografico per cominciare a conoscerla?
Sono nato nel 1920, e sono stato ordinato sacerdote nel 1945, con la prospettiva a breve termine di diventare cappellano in qualche parrocchia; venne invece la chiamata agli studi a Roma, e quando, qualche anno più tardi, ritornai con la licenza in Diritto Canonico, ancora una volta la mia strada prese una direzione imprevedibile: fui “catturato” dall’intraprendente mons. Borsato, l’assistente diocesano della Gioventù Cattolica, che mi chiese di accompagnarlo alla “tre giorni” formativa dei dirigenti di A.C.
Siamo nell’anno 1948: da quell’esperienza iniziai a frequentare le iniziative di A.C. come assistente spirituale, e venni presto nominato viceassistente diocesano, e pochi anni dopo, nel 1951, assistente, succedendo proprio a mons. Borsato. Per un periodo ebbi anche l’incarico di assistente regionale della gioventù Cattolica. Mi trovai subito in sintonia con i Presidenti diocesani laici di quegli anni: Giuliari, Martelletto, Stocchiero.

E’ significativo che, a tanti anni di distanza, cominci col ricordare quei laici con cui ebbe modo di operare…
Perché tra noi c’è sempre stata grande stima.

Quali obiettivi prioritari vi poneste e verso dove si orientò il vostro lavoro comune?
Fu soprattutto un’opera di svecchiamento dei percorsi di formazione. Va detto che fino ad allora questa consisteva nell’apprendere una serie di risposte a domande sulla dottrina cristiana, sul modello del catechismo di Pio X. E’ interessante notare come si intendesse a quel tempo il cristiano formato: era colui che sapeva rispondere correttamente a domande. Ma evidentemente, già prima dei pronunciamenti della costituzione conciliare Dei Verbum, l’esigenza del rinnovamento di quelle pratiche era sentita a tal punto che a Vicenza si volle incentrare la formazione in maniera più significativa sulla Parola di Dio.
Era d’uso a quel tempo mettere alla prova la propria preparazione in competizioni di cultura religiosa, e il gagliardetto nazionale arrivò anche alla parrocchia di Santorso. Era una pratica questa che aveva i sui effetti anche sul piano dell’aggiornamento e del confronto, in quanto i sacerdoti esaminatori erano gli assistenti, e poiché ci si scambiava le zone al momento delle prove, io ho potuto visitare altre diocesi e rendermi conto di come era organizzata la vita associativa locale.
Un particolare riguardo si aveva per i giovani in servizio militare. Li raggiungevamo sistematicamente con un foglietto periodico ciclostilato da noi, e spesso noi assistenti li visitavamo andando fin a Montorso Veronese, Feltre e Belluno, e incontravamo con l’occasione anche i cappellani militari.
All’attenzione per i giovani in servizio di leva si affiancò quella per i giovani studenti. A quel tempo solo in città si potevano trovare gli istituti tecnici, che richiamavano giovani da tutte le parti della provincia, col problema però della residenza nel tempo di scuola. Io chiesi al vescovo Zinato di poter disporre dei locali fino ad allora occupati dalle Opere Sociali, che da poco avevano traslocato in centro, ed egli li concesse, e diventarono il Pensionato Studenti “Madonna di Monte Berico”, inaugurato nel 1955. Mi incaricai di seguire i lavori e, una volta terminati, io stesso andai a vivere lì.

Era il segno di un’attenzione anche alle esigenze sociali…
Certo, e vi si affiancava anche un’opera di accompagnamento degli studenti stessi, rafforzata dalla collaborazione stretta con il preside dell’Istituto Rossi, il prof. Zanarotti; si arrivò ad ospitare cento studenti interni e 60 esterni, e fu un’opera fortemente voluta dalla Gioventù Cattolica, attenta alle novità ed esigenze della nuova società, tanto che lì molti poterono vedere, per la prima volta, la televisione!

E quali altre iniziative formative vennero sviluppate?
Contesto privilegiato di formazione era innanzitutto la formazione della vocazione al lavoro, alla vita, al matrimonio, al sacerdozio, e alla vita consacrata. C’era il Cenacolo Diocesano, dove i migliori giovani si impegnavano alla comunione almeno settimanale, alla meditazione quotidiana di preghiera e alla confessione e direzione spirituale mensile. Da questi quattrocento giovani nacquero parecchie vocazioni al sacerdozio e alla famiglia. Esistevano poi dei Corsi di orientamento alla vocazione, nei quali intervenivano ospiti di notevole spessore, tra cui ricordiamo solamente Giuseppe Lazzati, col quale nacque una calorosa amicizia, e Oscar Luigi Scalfaro. Erano tre o quattro giorni da passare in qualche casa per esercizi, e si arrivava anche piuttosto lontano, come a Barbana, un isolotto vicino a Grado. La partecipazione a queste iniziative era sostenuta anche finanziariamente dall’A.C., che con le quote dei tesseramenti poteva fornire il viaggio gratuito, e così potevano partecipare anche i giovani dei ceti meno abbienti.
Proprio a partire dalla numerosa frequenza (25.000 presenze in dieci anni) e dalla constatazione che spesso era malagevole recarsi altrove per questi corsi, in quanto la diocesi mancava di una sua casa di esercizi e quella più vicina, a Bassano, era di proprietà dei gesuiti, cominciò a nascere l’esigenza di una casa diocesana di esercizi. Non nascondo la serie di difficoltà incontrate prima di poter dare buon esito all’iniziativa a cui tenevo particolarmente. Il vescovo Zinato era convinto che tale casa dovesse collocarsi in città, vicino a Monte Berico, ma lo spazio era davvero angusto ed io proposi invece l’alternativa di poter acquistare Villa San Carlo a Costabissara, il che avvenne nel 1960, e già nel 1961 ebbero inizio i lavori di sistemazione. Questa casa diventerà il riferimento diocesano per tanti corsi, proposti con una loro struttura collaudata: quattro momenti di conferenza lungo la giornata, seguiti da uno spazio personale di meditazione, spesso passeggiando lungo i viali del parco, il tutto rigorosamente in silenzio, come anche in silenzio si svolgevano i pasti in comune: sarebbe così importante ricreare anche oggi degli spazi e delle giornate di silenzio!
La sera era il momento dell’incontro per le domande e per il dialogo, ma forse il momento qualificante dei corsi era il colloquio personale dei giovani con i sacerdoti, dove si toccavano problemi di spiritualità, di fede ma anche di vita: se da un lato i giovani ricevevano aiuto, anche noi sacerdoti, avevamo modo di sentire il polso della situazione sociale e i loro problemi più .

Che ricordo mantiene di quelle generazioni di giovani?
Il ricordo del loro grande entusiasmo e i grandi ideali. Cominciai a dedicarmi con impegno all’opera di promozione di Villa S.Carlo, perché non volevo che la ristrutturazione fosse finanziata con un nuovo contributo imposto alle parrocchie, e così cominciai a girare la diocesi facendo conoscere il progetto. Alla fine così facendo mi riuscì anche di raccogliere un’offerta volontaria così consistente da far iniziare i lavori. Proprio nel 1961 venni nominato Direttore dell’Opera Diocesana, e portai avanti questo incarico fino al 1981, sempre seguendo le iniziative che si svolgevano a Villa S. Carlo. Questo significò però anche uscire dalla Gioventù Cattolica, e passai il testimone, come nuovo assistente diocesano, a don Valentino Grolla.

Riccardo Paoletto
Intervista a Don Domenico Passuello

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