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Unità… (o accorpamenti?) pastorali


In margine alla recente assemblea presbiterale

Mi son trovato parecchio in riserva rispetto all'enfasi, secondo me eccessiva, con cui ci si è posti di fronte alle cosiddette 'unità pastorali' (UP).
E questo lo annoto anche prescindendo dalle 'cronache' che da tali esperienze giungono, belle o meno che in effetti risultino.
E, così, sul tema/problema, provo a mandare in libertà qualche osservazione.
Più che da presupposti teologici, da esigenze realmente condivise, le UP sono l'evidente frutto dell'inarrestabile diminuzione numerica dei presbiteri. Dal momento cioè che l'asse della vita cristiana fa perno sull'Eucaristia, si è dovuta declinare questa verità sacrosanta tenendo conto delle forze, sempre più impari, a disposizione.
Una delle prime vistose conseguenze di questo fatto sono i rally eucaristici festivo-domenicali. Quando i credenti, convocati dall'Eucaristico Gesù, si trovano a far comunità', faccenda tuttavia nient'affatto automatica, proprio il presbitero che ne dovrebbe sostenere, incoraggiare, orientare lo spirito, lo stile..., deve invece accelerare la stessa celebrazione per riuscire a giungere per tempo alla sosta successiva.
Che non sia proprio il caso di avviare anche qui da noi una prassi celebrativa che, favorendo ugualmente la comunione Eucaristica, si pone necessariamente come altra rispetto alla S. Messa in quanto tale? Se la S. Messa è cioè divenuta impossibile con il ritmo consueto, che cosa impedirebbe alla vita del cristiano di esprimersi come eucaristica?
Vista la reale difficoltà, il cristiano può tenere in buon conto anche altre sue caratteristiche polarità. Può cioè darsi molte altre occasioni per ritemprarsi nella fedeltà alle consegne di sempre.
S'impone soprattutto, a spettro amplissimo, l'enorme responsabilità formativa, educativa di cui dovremmo poter andar tutti molto desiderosi ed orgogliosi. Lodevoli sono pertanto tutte quelle possibilità che ogni comunità cerca di fatto di offrirsi per non perdere né slancio, né smalto.
Ovviamente, anche a riguardo, il conteggio delle forze è però quello che è. Le UP, e in combinata magari ancor più promettente, il vicariato, potrebbero venir incontro a questo inevitabile e indispensabile coagulo di energie, soprattutto per la cura di coloro, più sensibili, più disponibili, che si prestano di fatto in uno o altro degli ambiti in cui dovrebbe articolarsi la vita cristiana.
Quanto si tenta, quanto si propone non può che essere fortemente sostenuto, incoraggiato.
E tuttavia ritengo che si tiene molto poco conto di alcuni aspetti da non trascurarsi.
Non è, ad esempio, di secondaria importanza che le persone, sempre più obbligatoriamente estroflesse, risucchiate loro malgrado da dosi incontenibili di frenesia, pochissimo risparmiate da altri fattori incongruenti: distanze, orari, qualità e periodicità delle proposte..., quando si tratta di muoversi, anche per iniziative molto speciali, si trovino di fatto a non avere più spunti e motivazioni di sorta.
Ma c'è ancora un altro dato parecchio evidente: in un clima di spersonalizzazioni sempre più ricorrenti, a volte persino devastanti, di anonimati deludenti, di distanze relazionali proibitive, si rischia di perdere il legame più profondamente identitario con la propria concreta comunità. Pur se piccole, ma proprio perché tali, alcune delle nostre comunità, se gli tiri via anche il campanile, per che cosa riusciranno a riconoscersi? Se si tien conto che, mentre dal punto di vista più esplicitamente culturale, sì fa di tutto per non perderne storia, tradizioni, come mai in ambito religioso sarebbe da abbatterne invece ogni rilevanza, e condannarle anche per il solo fatto che tentino di farsene una qualche riconoscente memoria?
Mentre inoltre si sottolinea allo spasimo il pluralismo in atto, come mai, sempre per quel che attiene alla sfera più direttamente religiosa, si tende, oltre eventuali limiti che tale differenziazione localistica indiscutibilmente rivela e porta con sè, a voler tutto omogeneizzare, agglutinare, finendo per appiattire tutto, con il reale pericolo di spegnere o di perdere fior di energie? Non si tratta di cedere a rivendicazioni individualistiche di sorta, ma il consapevolizzarsi su quanto il tutto lascia intendere di bisogno di riconoscimento, di valorizzazioni più adeguate, dovrebbe portare ad attuare processi meno approssimativi.
Il convergere, soprattutto quando nasce induttivamente da necessità pratico-organizzative, e succede molto di frequente, non sembra ottenere che qualche presenza in più soltanto, con lo scotto però di un'insuperabile faticosità che la proposta di per sé richiede. Figurarsi quando si giungesse ad imporla.
Non si tratta di accelerare o di avallare le frantumazioni in atto, ma di riuscire, per contro, a ricuperare disponibilità più sotto-casa, a 'lavorare' con più continuità, maggior impegno e profondità. Gli eventi, le grandi assemblee..., di merito ne hanno soltanto quando, o nella fase di lancio, o in fase conclusiva, hanno potuto poggiare, ma a prova di fatti e di concrete verifiche, su una disponibilità effettiva, forse più modesta, ma di sicuro più efficace.
Il problema cioè è quello di rendere possibile la vita cristiana di base, quella ordinaria, perché è lì dove le persone si rivelano, possono sentirsi effettivamente coinvolte. Ed è a questa stregua che sono anche più disponibili a prestarsi, a venire allo scoperto.
Ovviamente, in questa prospettiva, il baricentro non può più essere il presbitero, ma la comunità stessa, i laici.
Personalmente, oltre gli ammirevoli risultati che si stanno tentando grazie all'impegno delle équipes pastorali, a mio parere però troppo ripiegate sul fare, sul gestire, ridotte quasi ad essere la miniaturizzazione di tanti organi di partecipazione ad andatura prevalentemente operativo-organizzativa, più che formativa, testimoniale, affiderei la vita cristiana ordinaria a coppie/famiglie. Anche queste si trovano in grande affanno, esposte ad una fragilità diffusa. I loro alfabeti restano tuttavia ancora i migliori e vengono davvero da tanto lontano: le originarie ecclesiae domus (= chiese domestiche) potrebbero quanto meno ricordarcelo. Quanto meno, ma per dirla a livello il più basso, eviteremmo di vedere in triste, quasi totale abbandono, fior di strutture, frutto di sudori, lacrime e... sangue di chi ci ha preceduto.
Senza poi cedere a forme incantate di familismo, quanto non sarebbero, nel caso, più adeguati l'ospitalità, le maniere dell'accoglienza, il garbo degli incontri ... ? Perché non si potrebbe riscoprire proprio la casa come il luogo normale della formazione, a partire proprio da quella religiosa, spirituale, quale calco del modo di essere, di fare, dello stile autenticamente umano-cristiano del vivere quotidiano? Questo come dato fondamentale, senza precludersi possibilità più impegnative, più specifiche che, inevitabilmente, chiedono maggior competenza, sguardo prospettico più ampio, senso di chiesa più manifesto e più interiorizzato.
E' il gioco del pendolo: le chiese nicchiano a tutti i livelli, perché le famiglie sono finite, loro malgrado forse, in forte latitanza. Per cui bisognerà proprio tornare di nuovo alla famiglia, per impedire che la chiesa (non la chiesa muri; la chiesa 'pietre vive' primariamente)non finisca deserta ancor di peggio.
Perché dunque, in questa temperie in atto, non iniziare da una coppia/famiglia, ospitata in modo permanente in canonica, che possa tendere le braccia del cuore a chi cerca di rifarsi ancora al Vangelo, come codice per la propria vita di ogni giorno? Presto detto!?!
In combinata con tale ipotesi, niente affatto moderna e per niente nuova, è chiaro che bisognerebbe affrontare più di qualche altra questione. Ma se mai si tenta...
In ogni caso, serve ricordarcelo, tutti sono chiamati alla salvezza, ma non tutti sono chiamati a far parte di una comunità cristiana. Se poi c'è ancora gente che ci sta dentro per 'dovere', che comunione mai si potrà offrire, far sperimentare e testimoniare? Nel libro degli Atti, è riportata una bella annotazione: "Ogni giorno il Signore aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati" (2,48). Ma, se non si respira bisogno di salvezza, chi potrà mai attirare chi? a far parte di una comunità? Nel caso, ricorrere al mistero della misericordia eccedente del Signore, che, per vie del tutto Sue, che non sono le nostre, non può smettere di offrirSi quale innegabile speranza per tutti, ha da restare punto insuperato di forza per ogni umile che s'affida a Lui e che in Lui confida (cfr. Rm 10,20 con il rimando a Is 65,11).

d. Luigino Bonato
17.10.08
Unità… (o accorpamenti?) pastorali

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